
Si parte con un record, nuovo rinvio, il quinto per l’esattezza, per trovare la quadra nel quartier generale dei Democratici.
L’accordo sancito nell’agosto scorso, pre elezioni regionali, vacilla ed è intrecciato con le vicende di rimpasto del Comune di Napoli.
Un metodo consolidato di incastri e pedine che si spostano, poltrone girevoli per riproporre la logica del candidato unico. Dopo il “caso” De Luca, l’ennesimo tentativo di accasare un candidato senza passare per un contraddittorio, ma una scelta tra correntoni, correnti e contentini scelti a tavolino.
I nomi per succedere ad Annunziata, restano Francesco Dinacci, espressione dell’area ex Articolo 1 di Roberto Speranza e Salvatore Nazzareno Pecoraro, riconducibile all’assessore al Bilancio Paolo Baretta.
A destabilizzare il quadro, ci ha pensato l’europarlamentare Lello Topo, consapevole del peso dell’area Schlein in giunta regionale con due nomine, invocando maggiore equilibrio interno.
Ricordiamo che tale decisione impatta sul rimpasto della giunta Manfredi, poiché il PD non esprime un assessore dalle dimissioni di Mancuso del 2023, e si aprirebbe uno spiraglio per un nuovo ribaltone.
Sta di fatto che dí democratico nelle scelte c’è ben poco, e la ricerca di un unico uomo al comando rappresenta il fallimento della democrazia partecipativa e della pluralità di anime presenti, poiché esse più che rappresentare un dibattito interno, si spartiscono fette di potere e poltrone.
Il segretario Schlein, esordì con “fuori cacicchi e capibastone“ per poi scenderne a patti nell’ultima tornata elettorale in Campania.
Un tempo i partiti erano espressione dei territori e facevano parte di un tessuto sociale, oggi l’unico obiettivo è occupare le posizioni apicali pubbliche e private, la differenza è molto semplice da comprendere, per convincere gli elettori occorreva l’impegno politico quotidiano e la conoscenza delle reali difficoltà, essere al comando delle maggiori cariche pubbliche e private, permette senza il minimo sforzo di ottenere un consenso elettorale “dovuto”.
A cosa serve creare campi larghi spesso al limite dell’ingovernabilita’ se le fila delle decisioni vengono tirate dall’alto?
E la partecipazione? I tesserati? (Almeno quelli non occasionali) possono andare a farsi benedire, ed intanto nessuno pone il focus reale sulla disaffezione e l’astensionismo dei cittadini, perché in fondo l’oligarchia funziona così…
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