
Gli italiani disertano in gran parte le urne, raggiungendo a malapena il 30% di affluenza al referendum dei cinque quesiti concernenti, (jobs act, sicurezza sugli infortuni e responsabilità appaltante e subappaltante,licenziamenti illegittimi, indennità da licenziamento, dimezzamento tempi di cittadinanza).Il quorum non è stato neppure lontanamente sfiorato e i circa dodici milioni di italiani recatisi ai seggi hanno espresso una percentuale vicina al 90% per il sì ai quesiti sul lavoro ed il 65% a favore della cittadinanza.

Tra i principali promotori del referendum, Maurizio Landini, supportato dal Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra.



L’analisi politica del voto, necessiterebbe di una profonda riflessione della compagine del si e dei rappresentanti dell’opposizione al Governo Meloni. Partendo dall’indiscutibile disaffezione dei cittadini alle vicende politiche, il referendum non ha rappresentato che l’ultimo degli esempi lampanti di questo disinteresse sociale, già mostrato alle politiche, alle amministrative ed alle Europee. L’estrema politicizzazione del referendum come strumento di verifica della maggioranza ha ottenuto un effetto negativo nell’elettorato neutrale. Non si può ricondurre la sconfitta all’invito dei partiti di maggioranza di questo paese all’astensionismo( deplorevole eticamente ma utilizzato bipartisan negli anni)né tantomeno colpevolizzare un elettorato disilluso e scottato dai precedenti Governi (Renzi)capaci di adottare il Jobs act e l’abolizione dell’art. 18. Quella che una volta rappresentava lo zoccolo duro degli esponenti della sinistra italiana, ovvero gli operai, si è sgretolato a colpi di riforme e di politiche che hanno privilegiato gli imprenditori e le lobby, ma non la produttività, il salario e le condizioni di lavoro. In particolare non si può non sottolineare le responsabilità del maggior partito del Centro-Sinistra, il PD, capace di depauperare negli anni di Governo un patrimonio di valori e di società a favore di politiche neoliberiste. Il distacco dal mondo reale, dai problemi quotidiani hanno creato nell’elettorato un sentimento di smarrimento e di mancanza di rappresentanza senza eguali nella storia Repubblicana. Il compito di riaggregare i cittadini attorno ad un progetto al passo con i tempi ma con delle linee ben definite oltre le quali non ci si può spingere, appare impresa ardua al limite dell’utopia. Il popolo di sinistra necessita di identità e certezze nelle quali riconoscersi, tale cambiamento richiederà tempo, una netta inversione di marcia e ricambio generazionale ai vertici dei partiti, traendo linfa ed energie positive dalla società civile. Le innumerevoli incongruenze politiche stanno lentamente presentando il conto e l’alternanza degli schieramenti a tutti i livelli ha inculcato nella mente degli italiani che i politici siano tutti uguali.

Il risultato odierno non può che far esultare coloro i quali hanno intrapreso questo percorso di frammentazione del lavoro e dell’economia italiana, con il naso rivolto sempre in alto e mai verso coloro che continuano ad impoverirsi.

L’attuale Governo ha osservato dalla finestra, il referendum, e le manifestazioni pro Gaza, mostrando i muscoli, approvando il Decreto Sicurezza, e proseguendo nella direzione delle destre europee, autoritarie e nazionaliste, consapevoli che le divisioni dei competitors a tutti i livelli non rappresentano oltre le dichiarazioni di facciata una minima possibile alternativa. Il Popolo è Sovrano ma le responsabilità sono sotto gli occhi di tutti…
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